Un soffio caldo arriva dalle colline che circondano il Baglio di Stefano, scompiglia gli ulivi e attraversa le fenditure del Cretto di Burri come una voce antica, pronta a farsi eco di nuove domande. È il respiro delle Orestiadi, che tornano per la loro quarantaquattresima stagione sotto il motto Ascoltando il passato / Guardando al futuro, binomio che riassume la ragione stessa di questo avamposto culturale: rivoltare la memoria come zolla di terra e gettarvi semi di teatro capace di sfidare il presente. Venerdì 18 e sabato 19 luglio il festival affila la propria lama poetica con due appuntamenti che, pur diversissimi nella forma, condividono la volontà di trasformare la scena in tribunale morale, spazio di autocoscienza collettiva: Wonder Woman di Antonio Latella e Autoritratto di Davide Enia.
La prima sera, Latella varca per la prima volta le porte di Gibellina con un testo scritto insieme a Federico Bellini: un flusso ininterrotto di parole in cui quattro giovani attrici ricostruiscono, come voci della stessa coscienza, la vicenda di Vichingo, ragazza peruviana violata da un branco e poi giudicata «troppo mascolina» per essere creduta vittima. Il cortocircuito fra la statura eroica di Wonder Woman e l’umiliazione reale di una donna cui la giustizia chiede di giustificare persino l’esistenza delle sue curve diventa pietra d’inciampo: la frase delle magistrate – «non poteva essere stuprata, non è attraente» – rimbalza sulle mura bianche del Baglio come una bestemmia moderna. Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara e Beatrice Verzotti non interpretano semplicemente personaggi: incarnano segmenti di un coro laico, strattonano lo spettatore dentro un interrogatorio che non concede tregua. Latella, fedele alla sua poetica del corpo sottoposto a prova, organizza la scena come un ring mentale: ogni domanda è un gancio allo stomaco, ogni pausa un lucore di sudore sulla fronte delle attrici, mentre le musiche elettroacustiche di Franco Visioli pulsano come sirene lontane. Nessun realismo consolatorio: qui il fumetto è lente di ingrandimento, il lazo della verità diventa grido di una generazione che pretende nuove grammatiche di giustizia, svincolate dall’estetica e dai pregiudizi di genere.
L’indomani, 19 luglio, la data non è casuale: Gibellina ricorda Paolo Borsellino a trentadue anni dall’esplosione di via D’Amelio. Davide Enia, figlio di Palermo, si fa medium di quelle deflagrazioni che hanno scavato crateri nell’anima di un’intera regione. Autoritratto è il titolo, ma potrebbe chiamarsi “autopsia”, perché Enia incide il proprio ricordo rimosso del 1992 fino a scoprire un vuoto: «Io non so dov’ero quando Falcone saltò in aria». Da quell’amnesia personale prende forma un’indagine sulla rimozione collettiva che ha permesso alla mafia di confondersi con il paesaggio. Il racconto sfila fra endecasillabi di cunto e improvvise cadenze di stand-up confessionale; la lingua oscilla tra il napoletano arcaico di Basile, l’italiano controllato dell’oratoria civile e il siciliano scabro da bordata di u parrinu. Sul fondo – o sull’altare – si staglia la figura di Giuseppe Di Matteo, bambino sciolto nell’acido: paradigma di un male che si rivela nudo, senza codici d’onore, senza scorciatoie mitologiche. Giulio Barocchieri ricama dal vivo un tessuto sonoro che è ora ninnananna, ora marcia funebre, ora hit pop disturbata da un glitch: la musica funge da mappa emotiva in una terra dove i confini fra sacro e maledetto collassano ogni istante.
Fra le due prime serate aleggia, venerdì pomeriggio, la presentazione del volume Gibellina. Ideologia e utopia di Giuseppe La Monica: l’ennesima prova che le Orestiadi non sono semplice cartellone, ma laboratorio permanente. Quel libro, studiando la nascita della città nuova, racconta come la ferita del terremoto del 1968 sia diventata terreno d’innesto per l’avanguardia artistica; pochi metri più in là, Latella ed Enia dimostrano che quell’innesto continua a germogliare domande sul corpo, la violenza, la giustizia possibile.
Chi percorrerà di notte i vialetti di pietra bianca fra il Cretto e il Baglio avvertirà forse, nell’odore di origano bruciato dal caldo, la sensazione che teatro e realtà procedano in rima. Wonder Woman chiede se l’estetica possa ancora decidere del destino di una donna; Autoritratto chiede se la rimozione collettiva possa mai essere perdono. Entrambi rispondono con la stessa arma: la parola detta a mezza altezza, impastata di saliva e sudore, come nelle tragedie greche. È il dono più prezioso delle Orestiadi: in mezzo ai silenzi di questo deserto coltivato, la voce dell’attore ancora sa fendere l’aria, ancora costringe a scegliere da che parte stare. Così, ascoltando il passato e guardando al futuro, Gibellina si conferma cuore pulsante di una Sicilia che non smette di interrogarsi, di trasformare la cenere in bellezza e la bellezza in responsabilità.